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Quilian: un racconto |
Il Dott. Salvatore Mattei è la new entry della Softing. Non solo persona squisita e dal sorriso accattivante, ma testimone, nella sua nuova posizione, di un cambiamento di rotta radicale della Softing. Cambiamento di rotta significativo anche per i nostri clienti. Innanzitutto simboleggia un cambiamento generazionale: la Softing sa attrarre energie giovani e garantisce così una continuità di impegno. Ma vi è un altro elemento non meno importante. Salvatore Mattei non è un ingegnere né un architetto, cioè non è coinvolto nelle "finalità" del prodotto ma lo è nella visione di insieme della produzione. Infatti Mattei è un dottore commercialista specializzato in problemi legati alla gestione del processo. Un proverbio tedesco dice che tra gli alberi non si vede il bosco. E' splendido. Chi è troppo coinvolto in un problema spesso non sa vederlo nel suo insieme e collocarlo nella giusta prospettiva. Spessissimo mi sono trovato a sottolineare "noi siamo una software house" intendendo proprio questo, noi VOGLIAMO mantenere la distanza dal problema per poterlo affrontare al meglio.
Ora che vi ho presentato questa nuova figura della Softing, e l'occasione è stata utilissima, rivelo il motivo per cui mi sono trovato a presentarlo. Infatti Mattei mi ha chiesto quali siano gli aspetti più progettuali, più umani, di più intima elaborazione di un progetto che possa portare a una evoluzione come lo è Quilian.
Ad accontentarlo ho esitato. Chi mi ha letto altre volte sa quanto mi piaccia raccontare l'ingegneria e spesso farlo in prima persona un po' per narcisismo un po' perché le cose vissute sono più vere. Però il mondo dell'ingegneria è, nel suo insieme, non nelle singole persone, piuttosto lacerato da contraddizioni irrisolte che portano chi vi vive a contatto ad una particolare estraniazione. Pertanto si preferisce parlare in termini di prestazioni di un prodotto, di numeri, di condizioni commerciali più che delle persone che stanno dietro un'idea. Ma sono le persone che danno valore all'idea, non i numeri. Ci sarebbe stata l' Olivetti senza Adriano? La Ferrari senza Enzo? La Fiat senza Giovanni Agnelli?
Però questa che ho chiamato "estraniazione" porta a voler in qualche modo numerizzare il mondo per non confrontarsi con la parte più fragilmente umana di esso. E questo atteggiamento è antitetico al desiderio di affabulazione. Da qui le mie esitazioni ma la leggerezza delle pagine di internet forse non richiede di chiedere scusa a chi non volesse fermarsi perché basta poco per volare altrove.
Dunque, a chi non fosse volato via, provo a raccontare quanto mi ha chiesto Salvatore.
Per introdurre l'argomento cito un episodio realmente accaduto. All'inizio degli anni '80 ero “Addetto alle Esercitazioni” del corso di Ponti e Grandi Strutture tenuto da quel genio che è stato Sergio Musmeci al quale devo moltissimo della mia curiosità e del mio desiderio di vedere nelle strutture qualcosa di creativo sempre. Mi occupavo anche della ricerca del corso usando le allora tanto mastodontiche quanto inefficienti risorse del centro di calcolo dell'università. E tenevo corsi di Fortran soprattutto ai bidelli. Strano? No, erano punti utili per la carriera e per alcuni di loro ho conservato un ricordo meraviglioso. Soprattutto di due di loro che poche ore prima dell'esame (non ero io l'esaminatore) mi invitarono a pranzo per ringraziarmi. Uscimmo allegrotti ma il loro esame andò bene. Grazie, amici di un tempo passato.
Che c'entra? Aggiungo degli aneddoti volentieri perché vorrei far capire che l'ingegneria ha avuto una involuzione nel tempo di una generazione e che pertanto potrebbe tornare a essere un'arte praticata da persone che “sono” progettisti anche nell'offrirti un bicchiere di cortesia e non che “fanno” i progettisti.
In quegli anni un noto costruttore, affascinato dalle possibilità del calcolo automatico, mi chiese se fosse possibile ipotizzare delle scelte progettuali e avere il computo metrico e quindi il costo. A esempio mi conviene fare fondazioni profonde o superficiali? Setti o pilastri?
Lo delusi. Quello che mancava allora non era solo la potenza di calcolo ma era l'impossibilità di gestire il “processo” nel suo insieme, cioè le implicazioni e concatenazioni logiche tra fasi distinte. L'intelligenza artificiale stava nascendo allora e sembrava più promettente di quanto non si sia dimostrata in seguito, ma non era in grado di gestire processi così complessi come quello di una realizzazione edile che da' un'immagine un po' approssimativa di sé perché il processo costruttivo lo è, ma sotto il profilo organizzativo è un'attività molto complessa.
Quindi per me il progetto in genere è sempre stato un processo le cui distinte fasi potessero essere validate da strumenti opportuni e le interazioni tra i comportamenti dei singoli componenti si potesse coordinare e monitorare per avere una visione che partendo dall'atomo del singolo evento conducesse alla visione globale del problema nel suo insieme.
Oggi questo è possibile. Anzi, oggi le possibilità di automazione hanno di gran lunga superato le richieste del mercato dell'edilizia. Oggi si potrebbe avere una ottimizzazione dei costi, una gestione automatica della commessa, una produzione a controllo numerico. Non lo si ha perché il “sistema” edilizia dovrebbe avere il coraggio di rinnovarsi e questo coraggio non c'è per molte e non sempre valide ragioni.
Però, nel caso del progetto strutturale, questo oggi è possibile e fornisce al progettista uno strumento di gestione formidabile senza costringerlo a modificare i suoi sistemi e le sue abitudini progettuali.
Ormai si è passati dal problema del “calcolo” che ha ossessionato la mia generazione con la sua complessità e noiosità al problema della gestione. Il “calcolo” resta un elemento esoterico che il giovane ingegnere non ancora affermato tenta di dominare per sentirsi sacerdote di una sua religione. Vi è lo stesso meccanismo del video gioco nel quale si perde di vista la realtà e conta la realtà invece virtuale posta da regole astratte, non ultime quelle della normativa.
L'ingegnere arrivato è un imprenditore di se stesso, il calcolo lo vede come uno strumento, non un elemento di affermazione professionale. Anzi il “vero” ingegnere non ama il calcolo e esibisce più volentieri la sua “sensibilità” strutturale.
Sostanzialmente si vede come l'aspetto della gestione emerga su quello del calcolo non perché questo sia da trascurarsi ma perché la sua automazione ormai è un fatto anche culturalmente acquisito.
Se analizziamo con attenzione l'impatto che la nuova normativa antisismica ha avuto sul sistema della progettazione strutturale, ci accorgiamo che i metodi che ha introdotto fossero dal punto di vista del “calcolo” assolutamente noti, automatizzati, maturi. Senza sorprese né problemi. Il punto è che la normativa ha imposto un ITER progettuale più complesso e nella gestione del ITER, cioè del PROCESSO, il progettista non è attrezzato come dovrebbe,
Quindi Quilian è esattamente ciò che i nostri tempi richiedono. La gestione del processo progettuale, che è quanto oggi occorre realmente, e la gestione di un processo che è ANCHE un iter previsto dalla normativa; i due obiettivi cioè coincidono.
Oggi potrei rispondere al costruttore di quasi trent'anni fa che l'informatica potrebbe dargli una risposta.
Quilian è esattamente quella risposta nel campo della progettazione. E' l'attenzione posta sul processo e con ciò l'apertura a una nuova visione e a nuovi sviluppi di tutto il settore.
Visto che questo mio intervento è iniziato come un racconto personale, lo termino nello stesso clima. Io ho un'età tale che se invece dell'imprenditore avessi fatto l'impiegato, ora sarei in pensione. Sono felice che con Quilian io abbia potuto realizzare, e in qualche modo portare a una svolta evolutiva, un discorso iniziato 35 anni fa con la Apple Computer e con la prima interfaccia grafica interattiva nel mondo dell'ingegneria. E sono anche felice di poter lasciare ad altri un grosso tema da sviluppare nel quale credo vi siano più possibilità di quante si possa immaginare. E, anche in questo senso, sono lieto di aver con la Softing formato un gruppo di persone altamente preparate e motivate per questo compito. Cito solo Mattei per il settore commerciale di monitoraggio del processo e Amedeo Farello, responsabile dello sviluppo. Non posso non citare Michele Troja oggi Troisi che iniziò con me questo percorso. Ma lui, come me, è di un'altra generazione. Ora è bello vedere che il proprio lavoro stia continuando nelle mani di chi ha una visione nuova ma solidamente legata all'esperienza di chi giovane è stato e con infinito entusiasmo.
Quilian è tutto questo. Arte, scienza, tanto lavoro, passione, ma soprattutto persone.
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